Afghanistan Sguardi e Analisi

Afghanistan Sguardi e Analisi

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Afghanistan: Sguardi e analisi" è un progetto aperto finalizzato a comprendere e discutere le ragioni - e le possibili soluzioni - dei conflitti afghani.

mercoledì 28 aprile 2010

Attacco a Kandahar: la counterinsurgency dei taliban


Kandahar. Martedì 27 aprile un attacco coordinato condotto da più uomini colpisce un deposito logistico della Supreme, la compagnia di contractor che supporta gli Stati Uniti (e molti dei contingenti internazionali) nelle operazioni Isaf ed Enduring Freedom.
Sono morti almeno tre uomini (i taliban ne hanno rivendicati quindici attraverso il loro portavoce Ahmadi), altri trentacinque sarebbe rimasti feriti nell’attacco suicida multiplo avvenuto nella città di Kandahar, roccaforte dei taliban e punto di massimo sforzo dell’offensiva Nato (statunitense) ancora in corso.
Gli attentatori suicidi sono entrati all’interno della grande base logistica (la seconda per importanza in Afghanistan) e si sono fatti esplodere in prossimità dei depositi di carburanti ottenendo un risultato davvero notevole e confermando volontà e capacità: la loro offensiva, in risposta a quella Nato-Enduring Freedom, ha portato a un totale, purtroppo parziale, di venti vittime. E questo solo dal 12 aprile.
Si tratta di un cambio di strategia, in atto ormai da circa due anni, che ha portato i nuclei di combattenti taliban a muoversi sul campo di battaglia in maniera autonoma e flessibile; la politica del mujaheddin taliban della nuova generazione è “quando vedi una possibilità per colpire, fallo”. Questo ha consentito loro in breve volgere di tempo di ottenere risultati eccezionali: una vittoria sul campo difficile da contestare, almeno stando ai recenti rapporti dell’Icos che danno all’80% il territorio sotto controllo del movimento degli studenti coranici.
I risultati pratici? La situazione della sicurezza è visibilmente deteriorata, le nazioni Unite hanno temporaneamente chiuso i loro uffici di Kandahar, gli anziani rappresentanti delle comunità vengono minacciati di morte – e questo è un importante indizio di quanto la “resistenza” afghana stia mutando e muovendosi verso posizioni radicali e difficilmente concilianti con i codici comportamentali e le tradizioni locali: negli ultimi due mesi sono stati tredici i capi tribali uccisi dai taliban, l’ultimo proprio oggi.


Un’evoluzione della tecnica degli attentati suicidi che ha preso sempre più piede a partire dal 2008 con l’attentato al Serena hotel di Kabul, in cui persero la vita quattro civili. Non più, o non solo, attentatori singoli, bensì unità commando costituite da più “martiri” (Shahid) affiancati e supportati da elementi operativi da combattimento: vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi degli attentatori si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei combattenti. Di norma accanto al primo gruppo di attaccanti armati di fucili, mitragliatrici e lanciarazzi ve n’è sempre un secondo, e magari anche un terzo, composto da attentatori suicidi.
I risultati ottenuti sul terreno da questi commando sono frutto della combinazione di un atto terroristico con un’operazione d’assalto vera e propria, che segna non solo un’importante successo militare, ma anche e soprattutto un notevole successo mediatico. La dimostrazione di forza e di sangue del 26 febbraio 2010 a Kabul, quella in cui ha perso la vita l’agente dell’Aise Antonio Colazzo, è solo un’ulteriore conferma delle capacità acquisite.
Soprattutto negli ultimi anni si sono moltiplicati gli attacchi nella capitale e adesso anche in Kandahar, in concomitanza con il prorompere della nuova politica adottata dalla seconda generazione di combattenti afghani, i “neo-taliban”. La strategia delle azioni spettacolari è prioritaria per i gruppi di opposizione.
Il 27 aprile è stata una giornata carica di violenza nella città di Kandahar. Non occorre avere la sfera di cristallo per prevederne di peggiori, e a breve termine.
ABC News

venerdì 23 aprile 2010

Intervista a Claudio Bertolotti: Radio 3 Mondo

video

25 gennaio 2010. Claudio Bertolotti, ricercatore e analista in Afghanistan per circa due anni, descrive l'attuale situazione e propone alcune soluzioni percorribili per mitigare gli scenari futuri, sinora poco incoraggianti.

venerdì 2 aprile 2010

Iran e taliban. Una strana coppia


Lo abbiamo sentito di recente, lo ha annunciato lo stesso Gates in visita alle truppe Usa in Afghanistan, è stato ribadito ufficialmente dal colonnello Sholtis, portavoce della Nato, e la notizia ha fatto il giro del mondo: l’Iran è impegnato nell’addestramento degli insorgenti afghani e nella fornitura di armamenti ai gruppi di opposizione.
Anche la CNN ha diffuso la notizia che “secondo l’intelligence militare statunitense, l’Iran sta aiutando i combattenti taliban lungo i suoi confini”. Il “Daily Outlook Afghanistan”, giornale afghano in lingua inglese, dari e pashto ha riproposto l’argomento con maggiori dettagli: “centinaia di insorgenti sono stati addestrati in Iran per uccidere le forze Nato in Afghanistan, hanno affermato due comandanti taliban al British Sunday newspaper. Agenti iraniani li avrebbero pagati per svolgere un corso di 3-4 mesi in campi di addestramento nel deserto nel sud-est del paese, equipaggiandoli infine con armi, munizioni, mine e pistole.
La notizia personalmente non mi sorprende, e non mi stupisce neppure il fatto che sia giunta il giorno precedente la visita ufficiale in Afghanistan di Ahmadinejad. Non tanto perché possa essere scontato un impegno effettivo dell’Iran nel mantenere instabile l’Afghanistan, quanto perché questa notizia giunta attraverso la voce autorevole di politici e militari statunitensi contribuisce a definire agli occhi dell’opinione pubblica (occidentale) un soggetto che di adeguarsi alla politica estera americana proprio non ne vuole sapere. La Repubblica Islamica di Ahmadinejad è l’ambiziosa – e antagonista – candidata al ruolo di guida a livello regionale.
Prevalentemente sciita, l’Iran è stato per lungo tempo nemico dei taliban sunniti ma questo non ha impedito di intravvedere nell’insorgenza talebana una possibile e auspicabile distrazione per allontanare la pressione degli Stati Uniti su Tehran; e sebbene l’amore per gli ayatollah iraniani da parte dei taliban sia assai limitato, questo non ha impedito loro di cercare supporto ovunque questo fosse disponibile, e quindi anche in Iran. Questa necessità si è resa ancora più urgente dopo i recenti arresti dei loro leader in Pakistan e gli attacchi mirati dei “droni” americani.
Testimonianze, fotografie e video: tutto confermerebbe l’azione della “mano” iraniana dietro alla preparazione dei mujaheddin afghani. Ma a ben guardarli questi video e queste fotografie diffuse dalla CNN che cosa mostrano? Qual è la sostanza del contributo iraniano?
Poco e nulla in realtà. Si tratta di vecchi mortai privi di congegni di puntamento, mine controcarro, esplosivi, vetusti fucili leggeri, schede telefoniche e radiotrasmittenti: equipaggiamenti facilmente disponibili al mercato nero e possibili reperti di una guerra durata otto anni, quella tra Iran e Iraq, che tante, tantissime armi e munizioni ha lasciato in eredità sui campi di battaglia.
Non ci sono i temuti missili contraereo, nessuna tecnologia superiore o congegni avanzati. Niente di tutto questo. Se davvero il governo iraniano volesse supportare la resistenza afghana, e lo volesse fare in maniera concreta – cosa che non è escluso possa fare pur mantenendo un basso profilo a livello tattico – avrebbe certamente le risorse per farlo. Ma un conto è tirare la corda, un altro conto è voler arrivare al punto di rottura; per quanto i taliban siano preferibili alla presenza americana a Kabul l’obiettivo auspicabile per gli iraniani è quello di cullare l’Afghanistan in una dolce instabilità che non lo spinga né nelle mani degli Usa né tra le braccia al Pakistan; per quanto “radicale”, Ahmadinejad non pare essere uno sprovveduto disposto a spingere il suo paese verso un conflitto allargato.
Il rischio di confronto armato potrebbe essere reale solo se l’Iran fornisse ai mujaheddin i missili terra-aria, l’unica minaccia in grado di limitare i movimenti aerei delle forze di sicurezza in Afghanistan – e quindi anche del controllo del territorio –, cosa che cambierebbe gli equilibri tra le parti in conflitto (esattamente ciò che avvenne nella guerra contro i sovietici con il supporto degli Usa). Ma pensare che l’Iran voglia rischiare fino a tal punto mi pare, almeno al momento, improbabile.
E infatti sono stati sufficienti un paio di giorni per ridimensionare la minaccia. Il generale David Petraeus, il comandante di CentCom, ha affermato che “se in effetti l’Iran sta aiutando i taliban in Afghanistan, il suo ruolo è assai limitato”. E lo stesso Robert Gates ha ammesso che, “sebbene vi siano campi di addestramento in Iran, questi vanno considerati come minacce di basso livello”.
Alla base di questo “supporto tattico” vi sono in realtà interessi di differente natura, non necessariamente legati alle decisioni del governo centrale, bensì a interessi economici così redditizi da portare alla formazione di organizzazioni strutturate e in grado di avere libertà di movimento e un “relativo monopolio della forza”. Detto in altri termini,- al di là di un possibile coinvolgimento delle guardie della rivoluzione iraniana, la forza di al-Quds - mi pare più che plausibile il coinvolgimento di gruppi criminali legati al narcotraffico che proprio dal libero movimento sul confine afghano-iraniano trarrebbero notevoli benefici.
Sono i proventi derivanti dal traffico illegale di droga che consentono di ottenere le risorse necessarie al sostentamento di un apparato paramilitare costituito ad hoc per difendere gli interessi dei gruppi stessi. E l’alleanza tra i gruppi di opposizione afghani (taliban, Hezb-e Islami, o più semplicemente gruppi criminali) e narcotrafficanti iraniani, tra i quali elementi pashtun provenienti dalle zone di confine, rappresenta un evidente reciproco vantaggio.
E in questo contesto il governo di Teheran si è dimostrato deciso a collaborare con l’Afghanistan per contrastare il traffico di droga attraverso il proprio territorio, che rappresenta la via più breve per raggiungere i mercati europei. L’Iran è fortemente danneggiato dalla diffusione di droga all’interno dei propri confini, droga che proviene esclusivamente dal vicino Afghanistan.
Interessi strategici e grandi disegni politici a parte, quindi, quello che muove gli uomini sul terreno e li mette in condizione di operare sono i notevoli vantaggi di un commercio redditizio ma relativamente rischioso e che per queste ragioni viene tutelato con l’uso delle armi (che a loro volta sono acquistate con i proventi del narcotraffico). A questo possiamo aggiungere tutto il resto: uno Stato che a fatica riesce ad imporsi, l’Afghanistan, una realtà politica impegnata a gestire un’opposizione interna e che non ha risorse sufficienti per garantire il controllo dei territori di confine, l’Iran, e una super potenza impegnata a uscire da una crisi economica straordinaria e decisa ad abbandonare vittoriosamente il conflitto un minuto prima di perderlo.
È il narcotraffico dunque a sostenere l’insorgenza e l’opposizione armata dei gruppi combattenti; senza i redditizi commerci tra i gruppi dei due paesi verrebbe a mancare la spinta per una lotta, di liberazione o jihad poco importa, che si è ormai allargata in tutta la regione. Peccato che nell’ordine delle priorità della coalizione internazionale la lotta al narcotraffico non sia tra gli obiettivi prioritari.
VEDI VIDEO CNN
http://news.blogs.cnn.com/2010/04/02/intelligence-suggests-iran-may-smuggle-arms-to-afghanistan/
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